Dalla Libera Università di Bolzano un metodo open source per monitorare i danni dei conflitti armati che non causano soltanto perdite umane e distruzione di infrastrutture, ma producono anche effetti profondi e duraturi sugli ecosistemi. Tra le conseguenze meno visibili vi è il degrado del suolo, che compromette servizi essenziali come la produzione alimentare, la qualità delle acque, la regolazione del clima e la tutela della biodiversità. Misurare questi impatti, tuttavia, è spesso difficile a causa dell’impossibilità di accedere direttamente alle aree interessate dalle ostilità.
Per superare questo limite, un gruppo di ricercatori della Facoltà di Scienze agrarie, ambientali e alimentari della Libera Università di Bolzano ha sviluppato un nuovo metodo di monitoraggio basato esclusivamente su strumenti e dati open source. L’approccio utilizza immagini dei satelliti europei Sentinel-2, la piattaforma Google Earth Engine e il dataset Dynamic World, che impiega algoritmi di intelligenza artificiale per classificare la copertura del suolo. L’intero processo è stato inoltre pubblicato su GitHub, consentendo a ricercatori, istituzioni e organizzazioni internazionali di replicare e verificare le analisi.
Per validare il metodo, lo studio ha preso in esame la Striscia di Gaza, confrontando l’evoluzione del territorio tra settembre 2023 e settembre 2025 con quella delle aree israeliane limitrofe, caratterizzate da condizioni climatiche analoghe. I risultati evidenziano un forte deterioramento ambientale nell’area interessata dal conflitto. Le superfici vegetate, comprendenti coltivazioni e praterie, si sono ridotte del 65%, passando da 5.941 a 2.056 ettari. Parallelamente, le aree di suolo esposto sono aumentate del 351%, crescendo da 3.918 a 17.663 ettari.
Di segno opposto i dati rilevati in Israele, dove nello stesso periodo le variazioni sono risultate marginali, con una riduzione delle superfici vegetate del 4,5% e un incremento del suolo esposto del 3,4%. Secondo i ricercatori, il confronto conferma che le trasformazioni osservate nella Striscia di Gaza sono direttamente riconducibili agli effetti del conflitto e non a fattori ambientali comuni all’intera regione.
Lo studio sottolinea inoltre come i danni provocati dalla guerra possano protrarsi per decenni, lasciando un’impronta persistente sugli ecosistemi e generando conseguenze ambientali, sanitarie e sociali di lungo periodo. Fenomeni analoghi sono stati documentati anche in altri teatri di guerra recenti, tra cui Ucraina, Siria, Yemen e Sudan.
La ricerca si inserisce in un più ampio programma scientifico della Libera Università di Bolzano dedicato all’impiego delle tecnologie di osservazione della Terra per monitorare gli impatti ambientali dei conflitti. Il coordinatore dello studio, Michele Torresani, aveva già contribuito allo sviluppo di un sistema di allerta precoce basato su immagini satellitari e intelligenza artificiale per individuare la perdita di copertura forestale causata dalla guerra in Ucraina. Con questo nuovo lavoro, il gruppo amplia il campo di applicazione delle tecnologie satellitari al monitoraggio del degrado del suolo, mettendo a disposizione della comunità scientifica uno strumento aperto, trasparente e replicabile.
«Quando non è possibile accedere a un territorio, il rischio è che anche i danni ambientali rimangano invisibili. Con questo lavoro mettiamo a disposizione della comunità scientifica, delle organizzazioni internazionali e dei giornalisti uno strumento aperto, trasparente e replicabile che permette di documentare gli effetti dei conflitti sull’ambiente utilizzando esclusivamente dati pubblici», spiega Luigimaria Borruso, professore della Facoltà di Scienze agrarie, ambientali e alimentari della Libera Università di Bolzano e ultimo autore dello studio, «Rendere questi dati accessibili significa anche favorire valutazioni indipendenti e basate su evidenze scientifiche, indispensabili per pianificare il recupero degli ecosistemi».
