Il bilancio del progetto avviato dall’Università degli Studi di Napoli Federico II è positivo, ma il nodo centrale resta quello della capacità del territorio di trattenere talenti e attrarre investimenti stabili.
L’esperienza della Apple Developer Academy rappresenta uno dei simboli di questa trasformazione. Dal 2016 l’Academy ha formato oltre 3mila studenti, diventando una delle realtà più importanti d’Europa nella formazione digitale. Un risultato che ha contribuito a ridare centralità a un’area periferica e segnata dalla deindustrializzazione, dimostrando come università, ricerca e innovazione possano diventare leve di rigenerazione urbana ed economica.
Attorno al Campus di San Giovanni si è progressivamente sviluppata una rete composta da Academy, multinazionali, startup e centri di ricerca attivi nei settori della cybersecurity, dell’intelligenza artificiale e della open innovation. A queste iniziative si sono aggiunti programmi di accelerazione d’impresa e infrastrutture finanziate dal Pnrr, tra cui il Centro Nazionale Agritech e il polo dedicato all’High Performance Computing, con un supercalcolatore destinato sia all’Ia sia alle sperimentazioni di calcolo quantistico.
Il sistema dell’innovazione napoletano può oggi contare su un articolato ecosistema scientifico che comprende anche il polo occidentale della città, con Ingegneria, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, il Campus di Monte Sant’Angelo e Città della Scienza. In questo contesto si inserisce anche Campania NewSteel, primo incubatore accademico del Mezzogiorno nato dalla collaborazione tra Fondazione Idis e Università Federico II.
Tuttavia, secondo l’analisi, i risultati ottenuti non sono ancora sufficienti a trasformare Napoli in un hub internazionale dell’innovazione. Il vero problema emerge dopo la laurea. Nonostante le iscrizioni universitarie siano cresciute di quasi il 10% negli ultimi due anni, ogni anno circa 13mila laureati lasciano la Campania in cerca di opportunità professionali migliori.
È qui che si concentra la sfida decisiva: fermare la fuga del capitale umano qualificato. L’obiettivo non è soltanto trattenere i giovani formati sul territorio, ma anche rendere Napoli attrattiva per talenti provenienti dal resto d’Italia e dall’estero. Una strategia riassunta dal principio “Freedom to move, right to stay”, citato come sintesi di un modello di sviluppo fondato sulla libertà di scelta e sulla qualità del lavoro.
Secondo questa visione, l’innovazione può diventare uno strumento di crescita inclusiva solo se accompagnata da politiche pubbliche, investimenti strutturali e cooperazione istituzionale. Il rischio, altrimenti, è che la transizione tecnologica finisca per ampliare ulteriormente le disuguaglianze sociali e territoriali.
Il modello Napoli viene quindi indicato come possibile laboratorio per tutto il Mezzogiorno, grazie anche alla continuità istituzionale che ha accompagnato il progetto sin dalla fine degli anni ’90, quando il Campus nacque dalla collaborazione tra amministrazioni di diverso orientamento politico. In questa prospettiva sarà decisivo il coordinamento tra Regione, Comune e Governo nazionale, soprattutto nella definizione delle politiche di sviluppo territoriale del periodo post-Pnrr.
La sfida, in definitiva, non è più soltanto creare Academy o attrarre multinazionali tecnologiche, ma costruire un ambiente capace di generare lavoro qualificato, innovazione diffusa e crescita duratura. Solo così Napoli e il Mezzogiorno potranno trasformare il proprio potenziale scientifico in una reale leva di sviluppo economico e sociale.
