Promossa dalla Presidenza della Commissione Cultura della Camera dei deputati e dall’Ambasciata della Repubblica di Polonia, con il patrocinio del Ministero della Cultura, l’esposizione presenta sette opere in marmo statuario di Carrara, molte delle quali realizzate appositamente per questo progetto. Nella sala del Cenacolo trovano posto cinque sculture velate che rielaborano capolavori dell’antichità e del Neoclassicismo: lo “Spinario capitolino”, i “Lottatori” ellenistici e tre celebri opere di Antonio Canova, “Le Tre Grazie”, “Amore e Psiche” e la “Venere Italica”. Oltarzewski riproduce fedelmente i modelli in scala ridotta tramite calchi antichi, ma li avvolge in panneggi che non mirano a esaltare la forma, bensì a nasconderla, proteggerla e rivelarne una dimensione interiore. Il risultato è un dialogo tra passato e presente, tra ciò che è “discreto” e ciò che è “continuo”, categorie che rinviano tanto alla filosofia quanto alla percezione contemporanea della forma. Le opere appaiono come corpi autonomi e separati, ma celano nei blocchi unici di marmo un’unità che supera la frammentazione; una dualità che, come sottolinea De Filippis, si configura come paradosso e generatrice di significato.
Ad accompagnare il visitatore è un video-intervista in cui Oltarzewski racconta la scelta del marmo, il ruolo del robot che realizza l’abbozzo – un tempo compito degli artigiani – e il successivo lavoro manuale fatto di scalpelli, frese, raspe e pomice, con cui libera dal materiale dettagli e superfici. Nella sala della Sacrestia emergono due sculture monumentali create per l’occasione, ispirate alle virtù cardinali raffigurate nell’arca gotica di Giovanni di Balduccio a Sant’Eustorgio: Fortezza, rappresentata da un grande cervello umano, simbolo di perseveranza e coraggio, e Prudenza, interpretata come due cervelli sovrapposti su una colonna, emblema di saggezza e discernimento. A chiudere la mostra sono esposte le fotografie della statunitense Gail Skoff, realizzate a Pietrasanta e dedicate al lavoro manuale dello scultore, immagini che mettono in risalto – come voluto dalla curatrice – la dimensione artigianale, fisica e “polverosa” del processo che trasforma il prezioso marmor lunensis in forma e pensiero.
