A intervenire è Francesco Somma, vicepresidente di Confindustria per la Cultura d’Impresa e la Certezza del Diritto, secondo cui non si deve confondere l’artigianato con la piccola impresa né creare una zona grigia nella quale un’azienda possa cambiare inquadramento a seconda dei costi e degli obblighi applicabili.
Per Somma, l’eventuale estensione delle agevolazioni previste dal sistema artigiano a una platea più ampia di imprese manifatturiere avrebbe un impatto sulla finanza pubblica che dovrebbe essere quantificato con trasparenza. Secondo le stime di Confindustria, nello scenario più esteso il costo annuo potrebbe superare il miliardo di euro, considerando minori entrate Inps per oltre 800 milioni e una riduzione dell’Irpef compresa tra 250 e 400 milioni.
Un altro fronte riguarda i lavoratori. Secondo le analisi dell’associazione, tra 1,3 e 1,8 milioni di persone potrebbero essere interessate da un possibile cambio del contratto collettivo applicato. Tra i contratti dell’industria e quelli dell’artigianato, sottolinea Confindustria, possono infatti esserci differenze nel trattamento contributivo e nella durata degli ammortizzatori sociali. Il timore espresso da Somma è che una riforma pensata per sostenere le imprese possa tradursi indirettamente in una riduzione di salari e tutele.
La posizione dell’associazione è che la competitività debba essere sostenuta attraverso produttività, innovazione, investimenti e crescita dimensionale, anziché attraverso una riduzione del costo del lavoro. Somma contesta in particolare l’ipotesi che il passaggio al regime artigiano possa determinare un costo del lavoro significativamente inferiore, con effetti che, secondo le valutazioni di Confindustria, potrebbero arrivare fino al 34% in alcuni casi.
La questione riguarda la concorrenza tra imprese. Secondo Confindustria, aziende con strutture produttive e organici simili potrebbero trovarsi a competere sullo stesso mercato o nelle medesime gare partendo da costi differenti in funzione dell’inquadramento. Per l’associazione, una revisione della disciplina dovrebbe invece favorire la crescita delle Pmi, sostenendone dimensione, patrimonializzazione e produttività, senza creare incentivi a rimanere all’interno di regimi più favorevoli.
Somma ribadisce la contrarietà di Confindustria a interventi che, nella valutazione dell’associazione, rischierebbero di produrre distorsioni nel mercato del lavoro e nella concorrenza, oltre a un possibile aggravio per i conti pubblici.

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