Secondo i dati aggiornati a febbraio 2026, la spesa rendicontata ha raggiunto il 55,5% del totale previsto. Tuttavia, permane un significativo divario territoriale: il Centro-Nord si attesta al 52,7%, mentre il Mezzogiorno resta fermo al 39,5%. Ancora più marcata la distanza negli investimenti in opere pubbliche, dove il gap supera i 20 punti percentuali, segnalando criticità strutturali nella capacità di spesa.
I risultati sono stati illustrati dal Direttore generale Luca Bianchi durante un evento a Milano promosso dal Ministro Tommaso Foti e dalla Commissione europea, dedicato al futuro del Piano e al suo impatto sul sistema Paese.
Uno degli elementi più rilevanti emersi dallo studio riguarda la capacità amministrativa. Il Pnrr ha infatti contribuito a una significativa accelerazione dei processi decisionali: i tempi medi per le fasi di pre-affidamento e affidamento sono scesi da 26 a 18 mesi, con una riduzione superiore al 30%. Il miglioramento è risultato ancora più evidente nel Mezzogiorno, contribuendo a colmare, almeno in parte, un divario storico nella gestione dei progetti pubblici.
Sul fronte degli investimenti, avanzano in modo più spedito i progetti legati a asili nido, edilizia scolastica e inclusione sociale, che rappresentano una quota consistente delle opere già completate. Permangono invece ritardi nella sanità territoriale, uno degli ambiti più complessi e strategici del Piano.
Il dato più significativo, tuttavia, riguarda la cosiddetta “legacy amministrativa” del Pnrr. Oltre alle infrastrutture e agli interventi finanziati, il Piano ha introdotto un modello basato su procedure semplificate, obiettivi misurabili e maggiore accountability degli enti attuatori. Un approccio “performance-based” che, secondo Svimez, rappresenta la vera eredità da consolidare per il futuro delle politiche pubbliche italiane.
