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Automotive, il costo invisibile dello stock che comprime i margini delle concessionarie

Le immatricolazioni auto tornano a crescere, ma la redditività delle concessionarie continua a muoversi su un terreno più complesso di quanto suggeriscano i dati di mercato. A giugno sono state registrate 146.423 nuove immatricolazioni, in aumento del 10,6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Nel primo semestre il mercato ha raggiunto quasi 937.000 unità, segnando una crescita del 9,6%.

Secondo Unrae i dati sono positivi, ma richiedono una lettura più articolata. Da un lato pesa l’effetto statistico del confronto con un periodo influenzato dalla diversa tempistica degli incentivi pubblici; dall’altro emerge una composizione della domanda che concentra buona parte della crescita nei canali professionali.

Il noleggio a breve termine cresce del 78,3% a giugno e del 38,8% nel semestre, mentre il mercato dei privati avanza a un ritmo decisamente più contenuto. È un elemento rilevante perché il noleggio segue logiche di rinnovo delle flotte e obiettivi di periodo che non riflettono necessariamente un rafforzamento della domanda finale.

In questo contesto anche le autoimmatricolazioni meritano attenzione. Le vetture intestate direttamente ai concessionari aumentano fino a sfiorare le 95.000 unità nel semestre, ma la loro quota sul totale del mercato si riduce leggermente. Dietro il dato statistico rimane però la stessa realtà economica: ogni vettura immatricolata prima della vendita continua a occupare spazio, ad assorbire capitale e a generare costi fino all’arrivo del cliente finale.

  • Il costo che non compare nelle immatricolazioni

La crescita dei volumi tende a spostare l’attenzione sul numero di auto vendute, mentre passa in secondo piano il costo necessario per mantenerle in stock.

Unrae sottolinea che i concessionari italiani hanno anticipato oltre 300 milioni di euro di incentivi statali ancora da rimborsare. Si tratta di liquidità immobilizzata che produce effetti analoghi a quelli di un magazzino eccessivo: capitale che non finanzia nuovi acquisti, non riduce l’indebitamento e non genera rendimento.

È un fenomeno che si somma al costo ordinario dell’inventario. Ogni veicolo presente in piazzale viene infatti finanziato, nella maggior parte dei casi, attraverso linee di credito dedicate. Gli interessi maturano per tutta la durata della giacenza e si aggiungono alla progressiva perdita di valore del veicolo, che tende ad accelerare con l’aumentare del tempo di permanenza in stock.

Il risultato è che una parte del margine commerciale viene assorbita prima ancora dell’apertura della trattativa con il cliente. Lo sconto finale rappresenta spesso soltanto l’ultima manifestazione di un costo che si è accumulato nel tempo.

  • Un problema strutturale

L’attenzione verso lo stock assume un significato ancora maggiore se si osserva l’evoluzione del mercato negli ultimi anni.

Le immatricolazioni rimangono inferiori del 13,5% rispetto ai livelli del 2019 e le stime Unrae per il biennio 2027-2028 continuano a indicare un mercato inferiore a 1,6 milioni di vetture annue.

La questione, quindi, non riguarda soltanto l’andamento ciclico della domanda, ma il dimensionamento della rete distributiva. Molte concessionarie si trovano ancora a gestire showroom, piazzali e capitale circolante progettati per un mercato più grande di quello attuale.

Negli ultimi anni il settore ha già avviato un processo di razionalizzazione attraverso aggregazioni, condivisione degli spazi commerciali, ampliamento del portafoglio marchi e ingresso di nuovi costruttori, soprattutto asiatici. Rimane però aperto il nodo della produttività dell’inventario: con una domanda strutturalmente più contenuta, ogni giorno di giacenza pesa più di quanto accadesse in passato.

  • L’elettrico aumenta la complessità

La diffusione delle auto elettriche introduce un ulteriore elemento di gestione.

Le Bev raggiungono una quota del 10,1% a giugno, con una crescita molto sostenuta rispetto all’anno precedente. Tuttavia il mercato rimane fortemente influenzato dall’evoluzione degli incentivi, dalla normativa fiscale e dalle politiche dedicate alle flotte aziendali.

In questo scenario anche il rischio di svalutazione assume caratteristiche differenti. L’evoluzione tecnologica e il rapido susseguirsi di nuovi modelli possono incidere sul valore residuo con maggiore velocità rispetto ai veicoli con motorizzazioni tradizionali, rendendo ancora più importante il controllo dei tempi di permanenza in stock.

Secondo Tommaso Carboni, Country Director Italia di bee2link group, il punto non è ridurre indiscriminatamente il numero di vetture disponibili, ma migliorare la capacità di governarne il ciclo economico dell’inventario. «L’inventario non può essere letto come una semplice somma di veicoli. Occorre monitorare ogni fase, dall’ingresso in stock ai giorni di giacenza, dai costi di ricondizionamento ai lead commerciali fino al margine residuo. Solo così è possibile distinguere lo stock che genera valore da quello che immobilizza capitale. Quando questa consapevolezza arriva troppo tardi, l’unica leva rimasta è spesso lo sconto.»

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