È quanto emerge dal nuovo studio di ReportAziende.it, che ha simulato gli effetti di una graduale attuazione della proposta avanzata dal vicepremier Tajani: tassi d’interesse a zero, nuovo Quantitative Easing e credito agevolato per le Pmi.
Secondo l’analisi, l’aumento dei tassi Bce tra il 2022 e il 2023 ha colpito duramente le Pmi italiane, che coprono oltre il 67% del valore aggiunto nazionale e sono fortemente dipendenti dal credito bancario (oltre l’80% del fabbisogno finanziario). In media, i costi del capitale sono saliti dal 2,1% al 5,6% in soli tre anni, comprimendo la redditività e rallentando la spinta agli investimenti, in particolare nei settori manifatturiero, costruzioni e commercio.
“Il sistema imprenditoriale italiano ha retto all’urto – evidenzia lo studio di ReportAziende.it– ma la stretta creditizia ha generato un evidente rallentamento della crescita e un diffuso congelamento dei piani industriali, soprattutto tra le micro e piccole imprese”.
Nel dettaglio, lo scenario di policy più espansivo – con tassi azzerati, 750 miliardi annui di Quantitative Easing e linee di credito agevolate al 1,5% – produrrebbe un’accelerazione del Pil delle Pmi pari a +2,3% nel 2026, contro lo 0,9% previsto nello scenario base Bce. Il margine operativo lordo delle imprese crescerebbe in media del 3,5-4,0%, con un miglioramento del cash flow operativo fino al 15%.
I settori che beneficerebbero maggiormente:
Manifattura: +15% di fatturato aggregato, +25% in R&S, +40% progetti Industria 4.0.
Costruzioni: +12% di crescita, +35% nuovi cantieri, +80.000 addetti.
Commercio: +60% e-commerce, 150.000 punti vendita modernizzati.
Servizi: +50% di nuove startup digitali, +15% investimenti nel turismo.
