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Energia, dazi e geopolitica: crescita italiana sotto pressione nel 2026

Lo shock energetico e le tensioni globali tornano a mettere alla prova l’economia italiana. Il quadro che emerge dal Rapporto di Previsione – Primavera 2026 del Centro Studi Confindustria è quello di una crescita fragile, esposta a rischi significativi al ribasso, tra conflitti internazionali, nuove barriere commerciali e criticità strutturali interne.

Il nodo Medio Oriente

Il principale fattore di incertezza è rappresentato dal protrarsi del conflitto in Medio Oriente, con il coinvolgimento diretto dell’Iran, di Israele e di diversi Paesi del Golfo. Il blocco dello Stretto di Hormuz – snodo strategico per il transito delle forniture energetiche globali – ha già prodotto effetti immediati sui prezzi delle materie prime e sugli scambi internazionali.

Secondo le simulazioni del Centro Studi, nello scenario più avverso il Pil italiano nel 2026 potrebbe contrarsi fino allo 0,7%, rispetto a una crescita dello 0,5% prevista nello scenario di base. Un divario che riflette l’elevata esposizione dell’economia nazionale agli shock energetici.

L’impatto si trasmette soprattutto attraverso l’aumento dei prezzi: il petrolio potrebbe salire fino al 90% e il gas del 50%, alimentando nuove pressioni inflattive e un irrigidimento delle condizioni finanziarie. Il risultato è un rallentamento del commercio mondiale e un indebolimento più marcato per economie particolarmente integrate come quelle dell’Eurozona.

Tra stagnazione e resilienza

Per l’Italia, il quadro resta positivo ma estremamente delicato. In uno scenario intermedio, la crescita potrebbe azzerarsi, mentre un peggioramento del contesto internazionale porterebbe a una vera e propria contrazione economica, con effetti su consumi, investimenti ed export.

In questo contesto, Confindustria richiama la necessità di una risposta rapida e coordinata, sia a livello nazionale sia europeo, per contenere l’impatto dello shock energetico e sostenere la competitività delle imprese.

Export sotto pressione

A complicare ulteriormente lo scenario contribuiscono le tensioni commerciali globali. Il confronto tra Stati Uniti e Cina e l’introduzione di nuove barriere tariffarie rischiano di ridisegnare gli equilibri del commercio internazionale.

Per l’Italia, l’impatto potrebbe essere significativo: a fronte di un export verso gli Stati Uniti che nel 2025 ha raggiunto i 70 miliardi di euro, le stime indicano perdite potenziali superiori ai 16 miliardi nel medio periodo in caso di conferma dell’attuale struttura dei dazi.

Parallelamente cresce il peso della Cina, con importazioni italiane che hanno superato i 60 miliardi di euro e una progressiva specializzazione di Pechino nei settori a medio-alta tecnologia.

Nonostante ciò, il sistema produttivo italiano mostra una buona capacità di adattamento: la diversificazione dei mercati di destinazione e approvvigionamento resta una leva fondamentale per rafforzare la resilienza.

Difesa e industria: una leva per la crescita

Tra i fattori potenzialmente positivi, il Rapporto individua nella spesa per la difesa una possibile leva di sviluppo industriale. L’aumento previsto fino al 3,5% del Pil nel prossimo decennio potrebbe generare un impatto cumulato sulla crescita fino al 3%, a condizione che le risorse siano orientate verso investimenti e produzione nazionale.

Il rafforzamento della filiera difesa e aerospazio emerge così come un elemento strategico non solo sul piano della sicurezza, ma anche per innovazione e produttività.

Il nodo strutturale del capitale umano

Il calo demografico e la riduzione della componente giovanile rappresentano un freno strutturale: la quota di giovani è scesa al 20,6% nel 2025 e continuerà a ridursi nei prossimi decenni.

A ciò si aggiunge una bassa partecipazione al mercato del lavoro e una crescente fuga di talenti: tra il 2019 e il 2023 circa 190 mila giovani hanno lasciato il Paese, molti dei quali altamente qualificati. Un fenomeno che evidenzia il disallineamento tra competenze e domanda di lavoro e i limiti delle politiche finora adottate.

Stabilità e credito segnali di tenuta

La stabilità politica degli ultimi anni ha contribuito a migliorare le condizioni finanziarie, favorendo una riduzione del costo del credito per le imprese. Il calo dei tassi ha generato benefici stimati in 4,6 miliardi di euro nel 2025, con potenziali effetti più ampi nel medio periodo.

 

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