Secondo il rapporto “Competitivi perché sostenibili. Geografia dell’eco-innovazione Made in Italy”, realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, l’Italia si colloca tra i primi tre Paesi europei per numero di brevetti green ed è terza per quota di imprese brevettanti sul totale, con 16,5 imprese ogni 1.000, dietro a Germania e Austria.
Un risultato che conferma la vitalità del tessuto produttivo nazionale, sostenuta anche da una crescita significativa della brevettazione ambientale, +44,4% tra il 2012 e il 2022, pur restando ancora un divario rispetto ai principali competitor europei. Il report evidenzia come il manifatturiero rappresenti il motore dell’eco-innovazione, concentrando il 59% delle domande di brevetto green, seguito dai settori legati alla ricerca scientifica (18,8%), dalle telecomunicazioni e dall’informatica (6,6%), dal commercio all’ingrosso (3,5%) e dalle costruzioni (3,5%). Dal punto di vista territoriale, la leadership è saldamente nelle regioni del Nord, con Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte che si confermano poli di concentrazione dell’innovazione, grazie alla capacità di trasformare ricerca e know-how industriale in soluzioni applicate. Le imprese sono i principali protagonisti di questa dinamica, titolari dell’81,9% delle domande di brevetto pubblicate, mentre persone fisiche ed enti di ricerca rappresentano quote più ridotte.
L’Italia mostra una specializzazione rilevante in comparti strategici come la mobilità sostenibile, dove i brevetti italiani pesano per il 31% di quelli legati alla mitigazione dei cambiamenti climatici, l’efficienza energetica nell’edilizia, la gestione dei rifiuti e delle acque reflue, e le tecnologie Ict per la mitigazione climatica, cresciute del +270% negli ultimi dieci anni. Al centro dello studio vi è soprattutto il nesso tra innovazione verde e competitività: le imprese che depositano brevetti in tecnologie green mostrano performance nettamente superiori rispetto a quelle attive in altri ambiti, con un fatturato medio per impresa di 382 milioni di euro contro 41 milioni, una produttività più elevata e una maggiore propensione all’export, che coinvolge il 57,8% delle aziende e genera oltre 63 miliardi di euro. Si tratta inoltre di imprese con capitale umano più qualificato, una più alta presenza di laureati, soprattutto in discipline Stem, e una maggiore capacità di attrarre investimenti esteri.
Realacci richiama anche il valore culturale della sostenibilità, ricordando l’ispirazione all’articolo 9 della Costituzione e il pensiero di Carlo Azeglio Ciampi sul legame tra tutela dell’ambiente, ricerca e patrimonio culturale. Sulla stessa linea Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere, che evidenzia come “dietro ogni brevetto ci sia un investimento in ricerca e innovazione, che deve essere tutelato attraverso la proprietà intellettuale”, sempre più riconosciuta anche dal sistema del credito come asset strategico per la solidità delle imprese. Nel complesso, lo studio restituisce l’immagine di un’innovazione diffusa, sostenuta da oltre 578 mila imprese che tra il 2019 e il 2024 hanno realizzato eco-investimenti, ma non sempre tradotta in brevetti, segnalando la necessità di rafforzare una cultura industriale orientata alla valorizzazione sistematica dei risultati della ricerca. Una sfida cruciale se l’Italia intende ambire a un ruolo di leader europeo dell’innovazione verde, trasformando sostenibilità e competitività in un binomio strutturale di sviluppo.
“L’Italia sa innovare e competere nei settori ambientali, ma ha bisogno di un salto di scala – sottolinea Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola –: è necessario investire di più in ricerca, rafforzare la capacità di brevettare e il trasferimento tecnologico, replicando il modello dell’economia circolare nei comparti dell’efficienza, dell’elettrificazione e delle rinnovabili”.
