L’intelligenza artificiale sta trasformando il mondo del lavoro più velocemente di quanto le persone riescano ad adattarsi al cambiamento. E mentre le aziende accelerano sugli investimenti tecnologici per aumentare produttività ed efficienza, cresce parallelamente un fenomeno che coinvolge sempre più lavoratori: la cosiddetta “AI Anxiety”, ovvero l’ansia legata alla paura di essere sostituiti dalle macchine.
Secondo il 9° Rapporto Eudaimon-Censis, pubblicato a marzo e promosso da Epassi Italia (già Eudaimon), il quadro italiano riflette perfettamente questa contraddizione. Se da un lato il 70% dei lavoratori italiani riconosce i benefici dell’intelligenza artificiale e dichiara di aver riscontrato miglioramenti nella qualità delle proprie mansioni, dall’altro il 42,6% teme concretamente di essere sostituito dagli algoritmi. A pesare ulteriormente sul clima interno alle aziende è anche il rapporto con il management: il 55,3% dei dipendenti percepisce infatti che i propri manager ripongano maggiore fiducia nelle tecnologie che nelle persone.
Una dinamica che non riguarda soltanto l’Italia. Uno studio dell’Università di Melbourne, condotto su oltre 48.000 persone in 47 Paesi, conferma infatti la stessa ambivalenza a livello globale: l’83% degli intervistati riconosce i vantaggi dell’AI, ma meno della metà dichiara di fidarsi realmente di questi sistemi, mentre il 36% teme una completa sostituzione da parte delle macchine. Secondo le ricerche, l’“AI Anxiety” non rappresenta un semplice timore temporaneo, ma un vero e proprio blocco psicologico che compromette la capacità di adattamento delle persone e alimenta un senso diffuso di insicurezza sul futuro professionale.
Le aziende stanno cercando di reagire investendo in formazione, change management e cultura digitale, ma spesso trascurano un elemento fondamentale: le persone affrontano meglio il cambiamento quando si sentono protette, valorizzate e supportate. È proprio qui che entra in gioco il welfare aziendale, oggi sempre più centrale nella gestione della trasformazione digitale. Eppure il sistema presenta ancora ampi margini di inefficienza. In Italia, infatti, circa il 40% del credito welfare disponibile ogni anno resta inutilizzato. Non per mancanza di offerta, ma perché molti dipendenti faticano a orientarsi tra piattaforme, servizi e opportunità disponibili. Una difficoltà che rischia di alimentare ulteriormente quella sensazione di smarrimento e distanza organizzativa che sta alla base dell’ansia verso l’intelligenza artificiale.
L’“AI Anxiety”, infatti, non nasce soltanto dal timore di perdere il posto di lavoro. Alla base c’è anche la paura di non essere più considerati centrali all’interno dell’organizzazione, di assistere a cambiamenti decisi dall’alto senza attenzione per le conseguenze concrete sulla vita quotidiana delle persone. Entrano così in gioco temi come il potere d’acquisto, la salute, la gestione familiare, il tempo e l’equilibrio personale. Per questo il welfare aziendale può diventare uno strumento strategico non tanto per contrastare l’intelligenza artificiale, quanto per dimostrare concretamente che l’azienda continua a investire sul fattore umano.
