Nel 2024 solo il 12% delle aziende agricole italiane dichiara di aver realizzato, negli ultimi cinque anni, interventi di innovazione nella tecnica di produzione o nella gestione aziendale. È quanto emerge dalla prima Indagine Multiscopo dell’Agricoltura condotta dall’Istat nell’ambito del Censimento Permanente dell’Agricoltura, che amplia il patrimonio informativo sui comportamenti strategici delle imprese agricole.
Il dato medio nazionale nasconde una forte eterogeneità territoriale: la propensione all’innovazione raggiunge il 24,5% nel Nord-est e il 19,4% nel Nord-ovest, mentre si ferma al 10% nel Centro, al 6,2% nel Sud e all’8,1% nelle Isole. Decisiva la dimensione aziendale: investe in innovazione il 34,6% delle grandi aziende (oltre 50 ettari), contro il 7,9% di quelle piccole (fino a 10 ettari).
Benefici percepiti e priorità di investimento
Le aziende innovatrici esprimono una valutazione ampiamente positiva degli effetti prodotti: l’82,2% indica l’ottimizzazione della produzione come principale beneficio, il 72,5% una migliore gestione dei mezzi produttivi e il 63,6% la riduzione dei costi operativi.
Sul piano degli obiettivi, oltre il 74% delle imprese che innovano punta ad aumentare le rese vegetali o animali. Nel Mezzogiorno emerge una maggiore attenzione agli investimenti legati alla sostenibilità: il 51,1% delle aziende innovatrici del Sud interviene sulla gestione efficiente delle risorse idriche (55,7% nelle Isole) e il 45,8% adotta misure per ridurre l’erosione del suolo. Anche la sicurezza alimentare e la tracciabilità coinvolgono il 52,8% delle aziende del Sud, contro una media nazionale del 39,2%.
Resta invece contenuta la quota di imprese che investe nella riduzione delle emissioni di gas serra (22,1%), segnale di una transizione climatica ancora in fase iniziale.
Innovazione autonoma e autofinanziata
L’86,6% delle decisioni di innovare nasce all’interno dell’azienda, con punte del 91% nel Nord-est. Il 76,5% degli investimenti è finanziato con risorse proprie; l’autofinanziamento è più diffuso nel Nord-est (82,2%) e meno nel Sud (68,6%).
Un ruolo rilevante è svolto anche dalla Politica Agricola Comune (PAC), utilizzata dal 40,3% delle aziende innovatrici, con incidenze più elevate nel Sud (59,7%), nelle Isole (54,5%) e nel Centro (52,6%). I sostegni pubblici nazionali diversi dalla PAC coinvolgono il 39,6% delle imprese, confermando una maggiore dipendenza dai fondi pubblici nelle aree centro-meridionali.
Biologico, rinnovabili e agricoltura circolare
L’8% delle aziende pratica agricoltura biologica (convertita o in conversione), quota che sale al 10,6% nel Centro e al 26% tra le aziende più grandi. Le pratiche di agricoltura circolare sono adottate dal 53,7% delle imprese, con un picco del 63,7% nel Nord-est e del 75,8% tra le grandi aziende.
Ancora limitata, invece, la diffusione degli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili: li utilizza il 5,2% delle aziende, con un divario marcato tra Nord-est (12,9%) e Sud (1,7%).
Competenze e organizzazione
L’innovazione comporta anche cambiamenti organizzativi. Il 50,2% delle aziende innovatrici ha dovuto potenziare le competenze tecniche interne, quota che supera il 60% nel Mezzogiorno. Il 22,7% ha introdotto nuove figure professionali specializzate, con un picco del 38% nel Sud. Una resistenza interna al cambiamento è segnalata dal 12% delle imprese, con incidenze più elevate nel Sud (23,1%).
Il quadro complessivo tracciato dall’Istat restituisce un settore agricolo a due velocità: più dinamico e strutturato nel Nord, più selettivo ma orientato alla sostenibilità nel Mezzogiorno. La transizione verso modelli pienamente innovativi e multidimensionali appare avviata, ma ancora lontana da una diffusione generalizzata.
