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Lavoro nero e caporalato, un’economia sommersa da 77 miliardi

Il lavoro nero continua a rappresentare una componente rilevante dell’economia italiana. Secondo un’elaborazione della Cgia su dati Istat relativi al 2023, il valore aggiunto generato dall’economia sommersa supera i 77 miliardi di euro l’anno, con oltre un terzo concentrato nel Mezzogiorno.

La Cgia di Mestre stima circa 2,6 milioni di lavoratori irregolari, pari a un tasso di irregolarità del 10%. Le situazioni più critiche si registrano nei servizi alla persona, dove operano colf e badanti, seguiti da agricoltura, attività artistiche, alloggio e ristorazione.

Sul piano territoriale, la maggiore incidenza del lavoro sommerso si registra in Calabria, Campania e Sicilia, regioni che presentano valori nettamente superiori alla media nazionale.

Accanto al lavoro nero, resta centrale il fenomeno del caporalato, che coinvolge soprattutto i settori ad alta intensità di manodopera come agricoltura, edilizia, logistica e assistenza domiciliare. Lo sfruttamento colpisce in particolare lavoratori migranti e persone in condizioni di fragilità economica e sociale.

Il fenomeno, inoltre, sta evolvendo attraverso nuove forme di controllo del lavoro legate alle piattaforme digitali, il cosiddetto caporalato digitale. Per contrastarlo, oltre a rafforzare i controlli e l’attività ispettiva, imprese e associazioni chiedono interventi sulla filiera agroalimentare per limitare le pratiche commerciali sleali che comprimono i margini dei produttori e favoriscono il ricorso al lavoro irregolare

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