È partita nelle campagne italiane la raccolta del riso, che quest’anno si svolgerà su una superficie in aumento del 4%. Complessivamente, la Risaia Italiana raggiunge i 235mila ettari coltivati, confermando all’Italia il primato europeo per estensione e capacità produttiva.
La campagna 2025/2026 inizia dopo un’estate con condizioni climatiche regolari, migliori rispetto allo scorso anno, anche se restano da verificare le rese produttive effettive. Per avere dati certi sarà necessario attendere l’evoluzione del meteo nelle prossime settimane e l’avvio delle fasi di essiccazione e pilatura.
80 anni del Carnaroli, simbolo della tradizione
La nuova campagna coincide con un anniversario importante: gli 80 anni del Carnaroli, varietà simbolo della gastronomia italiana e del Made in Italy agroalimentare.
In totale l’Italia produce circa 1,4 miliardi di chili di risone all’anno, con una concentrazione produttiva soprattutto al Nord: Pavese con 83.000 ettari;
Vercelli e Novara con 100mila ettari complessivi
Queste aree da sole coprono circa il 90% della risicoltura nazionale. Alla filiera partecipano 3.500 aziende agricole e oltre 10.000 famiglie di imprenditori e lavoratori.
Il riso italiano non è solo quantità, ma anche ricchezza varietale: oltre 200 tipologie iscritte al Registro nazionale, tra cui Carnaroli, Arborio, Roma e Vialone Nano, ormai diventati veri e propri marchi di qualità della cucina tricolore.
Le difficoltà della filiera: costi e concorrenza sleale
Nonostante la crescita delle superfici, sulle prospettive dei risicoltori pesano due fattori principali:
Costi di produzione in aumento – fertilizzanti, energia e altri mezzi tecnici hanno registrato incrementi a doppia cifra negli ultimi anni, complici guerre e tensioni internazionali, mantenendosi molto al di sopra dei livelli pre-Covid e pre-guerra in Ucraina.
Importazioni selvagge e accordi commerciali – Coldiretti denuncia il rischio di ulteriori squilibri dovuti a intese come quella Ue-Mercosur che prevede l’ingresso a dazio zero fino a 60 milioni di chili di riso dal Brasile, primo produttore extra-asiatico.
Già oggi il 60% del riso importato in Italia beneficia di tariffe agevolate, mettendo in difficoltà la competitività della filiera nazionale.
Dal 2009, grazie all’iniziativa Eba, le importazioni dai Paesi meno sviluppati sono passate da 9 milioni a quasi 500 milioni di chili, con gravi distorsioni di mercato legate all’uso di fitofarmaci vietati in Europa e al sospetto di sfruttamento del lavoro minorile. Ora la stessa dinamica potrebbe ripetersi con un possibile futuro accordo Ue-India.
La proposta di Coldiretti
“Serve l’applicazione di una clausola di salvaguardia automatica – sottolinea Coldiretti – che scatti al superamento di una certa soglia percentuale di importazioni rispetto all’anno precedente”.
Fondamentale anche il principio di reciprocità, per garantire che il riso importato rispetti le stesse regole produttive, ambientali e sociali imposte alle produzioni europee.
