Analisi del mercato del lavoro italiano, secondo i dati longitudinali dell’Istat riferiti al periodo 2023–2024. La popolazione analizzata comprende 35,8 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni.
La rilevazione evidenzia che il 94,4% degli occupati nel 2023 è rimasto occupato nel 2024, proseguendo il trend di aumento della permanenza iniziato nel 2021–2022. Tuttavia, la crescita complessiva dell’occupazione è limitata a +0,1 punti percentuali, inferiore all’+1,1 del 2022–2023, a causa della forte riduzione degli ingressi (dal 6,7% al 5,4%) e della contenuta diminuzione delle uscite (dal 5,6% al 5,3%).
La stabilità è maggiore tra uomini, laureati e residenti nel Nord, ma la permanenza nell’occupazione cresce più rapidamente tra donne, stranieri, lavoratori del Mezzogiorno e persone con basso titolo di studio. La quota di disoccupati che rimane tale scende al 31,5% (–4,8 punti), mentre aumenta la permanenza nell’inattività (87,8%, +2,8 punti). Tra coloro che erano disoccupati o inattivi nel 2023, diminuisce la quota che a distanza di un anno entra nell’occupazione: 23% dei disoccupati (era 26,4%) e 6,9% degli inattivi (era 8,5%).
Precarietà e transizioni contrattuali
I dati evidenziano un aumento della permanenza dei lavoratori stabili: dipendenti a tempo indeterminato e autonomi rimangono occupati oltre il 96% delle volte, mentre i dipendenti a termine lo fanno nel 83,8% dei casi e i collaboratori nel 78,1%. Tuttavia, solo il 18% dei lavoratori a termine del 2023 ha ottenuto un contratto a tempo indeterminato nel 2024, in calo rispetto al 22,7% del periodo precedente.
Tra i nuovi occupati, meno di tre su dieci (28,3%) iniziano con un contratto a tempo indeterminato, mentre oltre la metà entra come dipendente a termine (52%) o collaboratore (6,9%). Il fenomeno è più marcato tra giovani e donne, dove il lavoro stabile interessa meno di un quarto dei nuovi occupati. L’ingresso precario è più frequente nel Centro e nel Mezzogiorno, in particolare per chi era disoccupato nell’anno precedente.
Anche il part-time mostra una maggiore stabilità: l’80% dei lavoratori a tempo parziale mantiene lo stesso regime orario dopo 12 mesi (era 76,2% nel 2022–2023), con un aumento della permanenza soprattutto tra le donne. Tuttavia, tra i part-time involontari aumenta la quota di chi resta in questa condizione (dal 53,5% al 55,4%) e diminuiscono le transizioni verso il tempo pieno.
Un mercato più anziano e polarizzato
La crescita dello stock di lavoratori a tempo indeterminato deriva soprattutto dalla maggiore permanenza dei più anziani nel mercato del lavoro, posticipata dall’innalzamento dell’istruzione e dalle modifiche normative sui requisiti pensionistici. Si rafforza così una doppia polarizzazione: tra chi resta stabilmente occupato e chi fatica a entrare, e tra lavoratori più anziani protetti e giovani con percorsi più frammentati.
