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Previdenza complementare poco conosciuta e spesso rimandata

La previdenza complementare, considerata da anni uno strumento essenziale per integrare assegni pensionistici destinati a ridursi, resta ancora poco compresa e scarsamente utilizzata. Tra diffidenza, scarsa informazione e rinvii continui, il secondo pilastro del sistema previdenziale fatica a decollare proprio mentre aumenta la consapevolezza dei limiti della pensione pubblica.

È il quadro che emerge dal settimo Rapporto realizzato da Assogestioni e Censis, che ha analizzato il rapporto tra lavoratori italiani e previdenza integrativa alla vigilia dell’entrata in vigore delle novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026.

La maggioranza dei lavoratori considera utile la previdenza complementare, ma meno di quattro lavoratori su dieci vi aderisce concretamente.

La ricerca evidenzia come il 76,1% di coloro che conoscono la previdenza complementare ritenga che possa contribuire a mantenere o migliorare il proprio tenore di vita una volta terminata l’attività lavorativa.

Non solo. Il 69,9% degli intervistati considera questi strumenti utili anche per finanziare esigenze e progetti nella fase più avanzata della vita.

Nonostante questa consapevolezza, la partecipazione resta limitata. A frenare l’adesione sono soprattutto una conoscenza insufficiente del sistema e una diffusa tendenza a rimandare decisioni percepite come lontane nel tempo.

Solo il 28,9% dei lavoratori dichiara di conoscere bene la previdenza complementare, mentre il 57,6% sostiene di averne una conoscenza soltanto generale. Ancora più significativo il dato relativo alla conoscenza effettiva dei meccanismi di funzionamento: appena il 17% dimostra una preparazione adeguata.

Le novità introdotte dalla recente riforma risultano ancora meno note. Solo il 6% degli intervistati afferma infatti di conoscere in modo approfondito le nuove disposizioni previste dalla Legge di Bilancio 2026.

A complicare ulteriormente il quadro contribuisce la qualità dell’informazione disponibile. Oltre la metà dei lavoratori ritiene che sul tema circolino notizie poco chiare, mentre quasi un lavoratore su cinque dichiara di aver ricevuto informazioni rivelatesi successivamente false o fuorvianti.

Il 45% degli intervistati ritiene di avere oggi altre priorità economiche e preferisce rimandare la pianificazione pensionistica a un momento successivo. Ancora più diffuso è il sentimento di sfiducia verso il sistema: il 51,3% considera inutile programmare il proprio futuro previdenziale perché le regole cambiano troppo frequentemente.

Un atteggiamento che rischia di trasformarsi in un boomerang proprio nel momento in cui aumenta la consapevolezza delle difficoltà future.

I lavoratori italiani sembrano infatti avere ben chiaro che la pensione pubblica garantirà in futuro un reddito inferiore rispetto all’attuale stipendio.

In media gli intervistati stimano che l’assegno pensionistico corrisponderà al 48,4% della retribuzione percepita durante la vita lavorativa. La percentuale sale al 49,7% tra i lavoratori dipendenti e scende al 41,5% tra gli autonomi.

La preoccupazione è ancora più marcata guardando alle nuove generazioni. L’80,3% degli intervistati è convinto che i giovani di oggi rischino di non avere una pensione adeguata, mentre il 76,6% ritiene che nemmeno l’innalzamento dell’età pensionabile sarà sufficiente a garantire assegni soddisfacenti.

Quasi due lavoratori su tre vorrebbero lasciare il lavoro entro i sessant’anni. Un obiettivo particolarmente diffuso tra i più giovani e oltre la metà degli intervistati ritiene che andrà in pensione a settant’anni o oltre.

L’età media desiderata è pari a sessant’anni, mentre quella effettivamente attesa sfiora i sessantanove.

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