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Pubblici esercizi in frenata: in dieci anni sono stati persi quasi 10mila imprese

Bar, ristoranti e attività di somministrazione restano un pilastro dell’economia di prossimità italiana, ma il comparto registra una contrazione del 3,7% rispetto al 2015, con una perdita complessiva di quasi 10mila imprese in dieci anni.

È quanto emerge dall’indagine Pubblici esercizi e movida. La demografia d’impresa nei centri storici”, realizzata da FIipe-Confcommercio in collaborazione con il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne.

La rete dei pubblici esercizi continua comunque a garantire una presenza capillare sul territorio nazionale: su circa 7.900 comuni italiani, soltanto 162 risultano privi di almeno un bar o un ristorante. Il settore conta oltre 262mila imprese attive, confermandosi un elemento centrale non solo per i consumi, ma anche per la socialità e la sicurezza urbana.

A pesare maggiormente è la trasformazione del modello di offerta. I bar tradizionali hanno registrato una riduzione di oltre 22mila unità (-18,2%), fenomeno legato in parte alla conversione verso attività di ristorazione e nuove formule commerciali.

La dinamica territoriale evidenzia una forte differenziazione: mentre alcune città del Centro-Nord mostrano una contrazione significativa, diverse realtà del Mezzogiorno hanno visto crescere il numero delle imprese. Napoli guida la classifica delle nuove aperture con oltre 700 attività in più, seguita da Palermo, Bari e Taranto.

La maggiore criticità emerge nei centri storici delle grandi città, dove l’aumento della pressione competitiva e dei costi di gestione sta favorendo la diffusione di modelli basati su locali più piccoli, minori servizi e maggiore rotazione dei consumi.

Secondo Fipe, il fenomeno è particolarmente evidente in alcune aree urbane: a Milano, nel quartiere di Porta Venezia, le attività di ristorazione con somministrazione sono cresciute oltre il 50%, mentre a Roma, in alcune zone di Trastevere, si registra una forte crescita dei take away a fronte del calo dei bar tradizionali.

Affitti elevati, costi operativi in aumento e sistemi di tassazione locale ritenuti poco adeguati stanno spingendo molte imprese verso formule low cost concentrate sulla vendita rapida e, in alcuni casi, sulla prevalenza dell’offerta di bevande alcoliche.

“Non servono interventi emergenziali o ordinanze temporanee – sottolinea Fipe – ma una regolamentazione organica capace di accompagnare l’evoluzione del settore, tutelare le imprese di qualità e garantire un equilibrio tra attività economiche, residenti e turismo”.

 

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