L’industria immobiliare italiana chiede una svolta: serve una vera politica industriale per colmare il divario con l’Europa e trasformare il settore in uno dei principali motori della crescita economica del Paese.
È questo il messaggio emerso dall’Assemblea 2026 di Confindustria Assoimmobiliare, intitolata “Rigenerare il Paese. L’impatto del Real Estate sullo sviluppo economico”, durante la quale è stata presentata la ricerca dell’Istituto Bruno Leoni dedicata al ruolo strategico del comparto immobiliare.
Secondo i dati illustrati nel corso dell’evento, il mercato italiano del commercial real estate attrae circa 12 miliardi di euro di investimenti istituzionali ogni anno, una quota pari a poco più dello 0,5% del Pil nazionale. Un livello nettamente inferiore rispetto ai principali mercati europei, dove il peso degli investimenti immobiliari sul prodotto interno lordo risulta significativamente più elevato.
A frenare lo sviluppo non è soltanto la limitata quantità di capitali investiti, ma anche la ridotta dimensione dei progetti immobiliari. La superficie autorizzata attraverso i permessi di costruire resta infatti molto contenuta rispetto ai principali Paesi europei, evidenziando una forte frammentazione del mercato che ostacola economie di scala, innovazione e crescita dell’offerta.
“Questi numeri non descrivono soltanto un ritardo: indicano soprattutto una straordinaria opportunità di crescita”, ha sottolineato il presidente di Confindustria Assoimmobiliare, Davide Albertini Petroni.
Per l’associazione, il settore immobiliare rappresenta una leva strategica per lo sviluppo economico, non solo per la capacità di attrarre investimenti e generare gettito fiscale, ma anche per il contributo che può offrire alla rigenerazione urbana, alla competitività dei territori, all’innovazione tecnologica e alla risposta ai nuovi bisogni abitativi.
Nonostante l’Italia disponga di uno dei più importanti patrimoni immobiliari europei, di una domanda in continua evoluzione e di operatori sempre più specializzati, il mercato istituzionale continua a rimanere sottodimensionato. Da qui la richiesta di un vero piano industriale per il real estate, in grado di trasformare patrimonio esistente, risparmio privato e capitali internazionali in nuova offerta abitativa, infrastrutture moderne e crescita economica.
Particolarmente critica appare la situazione del comparto residenziale. In Italia il peso degli investimenti istituzionali nell’housing è nettamente inferiore rispetto alla media europea e l’offerta di abitazioni in affitto, soprattutto a canone calmierato, resta insufficiente. Una carenza che si riflette direttamente sulla sostenibilità economica delle famiglie e sulla capacità delle città di attrarre lavoratori e competenze.
“La casa è una infrastruttura sociale, ma anche una infrastruttura produttiva”, ha evidenziato Albertini Petroni. “Se un insegnante, un infermiere o un giovane lavoratore non riesce ad abitare vicino al luogo in cui lavora, il problema riguarda l’intero sistema economico e produttivo”.
In questo contesto, Confindustria Assoimmobiliare guarda con favore al nuovo Piano Casa promosso dal Governo, considerandolo il primo intervento organico che affronta il tema dell’abitare come questione di politica industriale e non esclusivamente di welfare. Tuttavia, per l’associazione, il piano dovrà essere accompagnato da regole certe, procedure più snelle e strumenti fiscali coerenti per garantire risultati concreti.
L’organizzazione chiede inoltre di estendere l’approccio adottato per l’housing ad altre asset class strategiche come hospitality, retail e logistica, comparti considerati essenziali per sostenere la competitività del sistema economico nazionale.
Tra le priorità indicate figurano la semplificazione delle procedure urbanistiche ed edilizie, una riforma della fiscalità immobiliare orientata a incentivare l’offerta di abitazioni in locazione e il rafforzamento degli strumenti di investimento, dai fondi immobiliari alle Sicaf, passando per veicoli di cartolarizzazione e società quotate.
Secondo Confindustria Assoimmobiliare, il comparto genera già oggi circa 45 miliardi di euro di gettito fiscale annuo. Un mercato allineato alle dimensioni dei principali Paesi europei potrebbe aumentare sensibilmente questo contributo, creando nuove risorse da destinare a investimenti economici e sociali e rafforzando il ruolo del real estate come infrastruttura strategica per lo sviluppo del Paese.
