Secondo l’ultima infografica dell’Università Niccolò Cusano, il 94% degli studenti delle scuole superiori utilizza strumenti di Ia almeno occasionalmente, mentre il 62% vi ricorre con frequenza settimanale o quotidiana e l’84% li utilizza anche per studiare.
La diffusione degli strumenti generativi riguarda però fasce d’età sempre più giovani. In Italia l’utilizzo della GenAi passa dal 70% tra i ragazzi di 9-10 anni al 98% tra quelli di 15-16 anni. Nel complesso, l’89% degli studenti tra i 9 e i 16 anni dichiara di aver utilizzato almeno una forma di intelligenza artificiale generativa, contro una media europea del 72%. Secondo i dati richiamati dall’Unicusano sulla base delle rilevazioni Unicef, nei dieci Paesi analizzati almeno 20 milioni di bambini hanno già utilizzato strumenti di Ia e circa 13 milioni li impiegano per imparare o svolgere i compiti.
L’impatto riguarda soprattutto il modo di cercare, organizzare e produrre informazioni. Tra i quindicenni italiani, il 47% utilizza chatbot di Ia almeno una volta alla settimana per imparare, il 39% per effettuare ricerche preliminari, il 36% per sintetizzare testi e il 30% per elaborare contenuti destinati ai compiti di scrittura. La possibilità di ottenere in pochi secondi spiegazioni, sintesi e testi rende quindi più sottile il confine tra supporto allo studio e sostituzione del lavoro individuale.
Diventa centrale, di conseguenza, la capacità di verificare le informazioni generate dall’Ia. Il 73,7% degli studenti italiani dichiara di aver imparato a scuola a valutarne la qualità, una quota superiore alla media Ocse del 62,6%. Una competenza destinata ad assumere un peso crescente anche nel mondo del lavoro, dove la capacità di utilizzare gli strumenti generativi deve accompagnarsi alla verifica delle informazioni e alla valutazione critica dei risultati.
Anche gli insegnanti stanno progressivamente introducendo l’Ia nelle proprie attività. Secondo l’Unicusano, un docente su quattro delle scuole medie ha già utilizzato strumenti di intelligenza artificiale nel lavoro professionale. Tra questi, il 68% li impiega per creare lezioni o attività, il 61% per supportare studenti con bisogni educativi speciali e il 27% per valutare o assegnare voti. Nelle scuole inglesi la diffusione risulta più ampia: l’82% dei docenti della primaria e il 78% di quelli della secondaria dichiarano di aver già utilizzato strumenti generativi.
Proprio la valutazione rappresenta uno dei punti più delicati. Se un elaborato può essere prodotto, corretto o riformulato con l’aiuto di un chatbot, il risultato finale non è più necessariamente sufficiente a misurare il lavoro dello studente. Acquistano così maggiore importanza il percorso seguito, le fonti utilizzate, le modifiche apportate e la capacità di spiegare e sostenere il contenuto prodotto.
Alla crescita dell’utilizzo si affiancano però anche rischi e criticità. Tra gli operatori scolastici coinvolti in una survey europea del 2026, il 60% manifesta forti preoccupazioni per la protezione dei dati, il 55% per i bias e la scarsa trasparenza dei sistemi e il 48% per l’assenza di regole sufficientemente chiare. Il 72% segnala inoltre preoccupazioni per un uso inappropriato o non etico dell’Ia da parte degli studenti, mentre il 71% teme un’eccessiva dipendenza dagli strumenti e il 55% evidenzia i rischi legati all’integrità accademica e al plagio.
In questo scenario cambia anche il significato del divario digitale, che non riguarda più soltanto la disponibilità degli strumenti tecnologici, ma la possibilità di comprenderne il funzionamento, utilizzarli consapevolmente e riconoscerne errori e limiti. Commissione europea e Ocse hanno introdotto nel 2026 un framework dedicato all’Ai literacy per la scuola primaria e secondaria, mentre gli istituti sono chiamati a definire criteri di utilizzo, percorsi di formazione e adeguate tutele.
La trasformazione della scuola si inserisce in un cambiamento più ampio che coinvolge competenze, occupazione e professioni. L’Ia richiede infatti conoscenze tecniche ma anche competenze giuridiche, manageriali ed etiche.
