Lo spreco alimentare continua a rappresentare una delle principali criticità economiche e ambientali del sistema agroalimentare globale. Secondo le più recenti analisi di settore, il valore delle perdite generate lungo la catena di approvvigionamento del retail mondiale raggiungerà i 510 miliardi di euro entro il 2030, registrando una crescita di circa il 10% rispetto al 2026.
Un fenomeno che non si limita agli impatti ambientali ma che pesa direttamente sulla redditività delle imprese. A livello globale, infatti, i costi associati allo spreco equivalgono al 33% dei ricavi dell’intera filiera distributiva, dalla fase post-raccolta fino al punto vendita. Una quota significativa delle inefficienze si concentra nei processi produttivi, logistici e di stoccaggio, molto prima che il cibo raggiunga i consumatori.
Perdita economica in costante crescita
Le stime elaborate nell’ambito degli studi ripresi dal World Economic Forum evidenziano come oltre il 64% dei manager del settore agroalimentare abbia registrato un aumento dei costi legati agli sprechi negli ultimi tre anni, in particolare in mercati strategici come Stati Uniti, India e Regno Unito.
Il valore complessivo dello spreco alimentare globale è destinato a crescere del 9,43% tra il 2026 e il 2030, passando da 466 a 510 miliardi di euro di valore aggiunto perso, con una crescita media annua del 2,28%. A trainare questo incremento saranno soprattutto i comparti della carne, dell’ortofrutta e dei prodotti da forno, che continuano a registrare elevate percentuali di perdite lungo la filiera.
La portata del fenomeno appare ancora più evidente se confrontata con l’emergenza alimentare globale: il valore economico degli sprechi equivale a circa la metà delle risorse necessarie per garantire il sostentamento dei 673 milioni di persone che nel 2025 hanno sofferto la fame nel mondo.
Europa accelera sulla riduzione degli sprechi
Anche le istituzioni europee stanno aumentando la pressione sul settore. Nel settembre 2025 il Parlamento Europeo ha approvato i primi obiettivi vincolanti per la riduzione dello spreco alimentare attraverso la Direttiva Ue 2025/1892.
Le imprese saranno chiamate a ridurre del 10% gli sprechi derivanti dai processi di trasformazione e produzione rispetto alla media registrata nel periodo 2021-2023. Una misura che si inserisce in un contesto caratterizzato dalla crescente domanda alimentare globale: entro il 2050 la popolazione mondiale potrebbe infatti raggiungere i 10 miliardi di persone, aumentando ulteriormente la pressione sulle risorse disponibili.
Secondo i dati europei, ogni cittadino dell’Unione genera mediamente 129 chilogrammi di spreco alimentare all’anno, per un totale che sfiora i 60 milioni di tonnellate.
La circular economy
Tra le soluzioni più promettenti emerge la mangimistica circolare, modello che consente di recuperare eccedenze produttive ed ex-prodotti alimentari trasformandoli in nuove risorse per l’alimentazione animale invece di destinarli allo smaltimento.
Secondo Paolo Fabbricatore, Group Ceo di Regardia, l’attenzione pubblica tende a concentrarsi soprattutto sul comportamento dei consumatori, mentre una parte rilevante delle perdite si genera nelle fasi precedenti della filiera.
“La vera sfida è evitare che prodotti ancora ricchi di valore nutrizionale vengano trattati come rifiuti”, sottolinea il manager, evidenziando come “la sostenibilità passi sempre più dalla capacità di recuperare valore economico e produttivo dagli scarti”.
