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Svimez: shock energetico, Pil e consumi a rischio tra Nord e Sud Italia

Lo stretto di Hormuz rappresenta un “collo di bottiglia” cruciale per l’approvvigionamento energetico mondiale: circa il 20% del petrolio globale transita attraverso quell’area, quota che per l’Italia si avvicina al 17%. Anche sul gas l’incidenza è significativa, pari a circa il 3% a livello mondiale e oltre l’8% per il sistema energetico italiano. Il blocco dei traffici ha già contribuito a un forte aumento delle quotazioni del petrolio, salite da circa 70 dollari al barile a picchi prossimi ai 100-120 dollari, con un incremento stimato intorno al 50% in poche settimane.

Secondo lo studio, lo shock energetico non si limita ai carburanti ma si trasmette lungo tre canali principali: beni energetici importati, beni intermedi industriali e beni di consumo, amplificando l’impatto su inflazione e catene produttive. Un effetto che si somma alla crescente frammentazione delle filiere globali e alla dipendenza dell’industria italiana da input esteri, in particolare asiatici.

La Svimez evidenzia inoltre la natura “strutturale” dello shock, con dinamiche simili a quelle osservate durante la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina, quando la riduzione dell’offerta globale aveva determinato un aumento persistente dei prezzi. Anche in questo caso, la traslazione sui prezzi risulta più ampia e duratura rispetto ai precedenti shock petroliferi.

Due scenari: tre o sei mesi di crisi

Le stime sono costruite su due ipotesi: una crisi breve di tre mesi e una più prolungata di sei mesi, senza interventi di politica monetaria. Nel 2026, il Pil italiano potrebbe ridursi tra -0,3 e -0,5 punti percentuali, con effetti differenziati tra aree del Paese.

Nel primo scenario, la contrazione è pari a -0,3 nel Centro-Nord e -0,1 nel Mezzogiorno; nello scenario più severo si amplia a -0,6 e -0,2 rispettivamente. La maggiore esposizione del Centro-Nord deriva dalla struttura industriale più sensibile all’aumento dei costi energetici e dei beni intermedi.

L’impatto inflazionistico varia tra +0,7 e +0,8 punti percentuali nello scenario breve e fino a +1,5–1,7 punti nello scenario lungo, con effetti che comprimono il potere d’acquisto delle famiglie.

Consumi più vulnerabili al Sud

Gli effetti sui consumi risultano relativamente contenuti a livello nazionale, ma più marcati nel Mezzogiorno. Nello scenario breve, la spesa delle famiglie scende di -0,3% nel Sud contro -0,1% nel Centro-Nord; nello scenario più avverso il divario aumenta a -0,5% contro -0,2%.

La maggiore vulnerabilità meridionale è legata ai livelli di reddito più bassi e alla maggiore incidenza dei consumi essenziali, in particolare energetici.

Nel 2027, secondo Svimez, gli effetti si spostano temporalmente e territorialmente: il Sud registra una nuova contrazione del Pil pari a circa 0,2 punti percentuali, mentre nel Centro-Nord l’impatto tende a neutralizzarsi grazie alla ripresa di altre componenti della domanda.

Il differimento degli effetti è spiegato dalla “vischiosità” dell’inflazione importata, che si trasmette con maggiore intensità e durata nel Mezzogiorno, dove la struttura produttiva e dei servizi rallenta il riassorbimento dello shock.

Un rischio di inflazione persistente

Lo studio segnala il rischio di una persistenza dell’inflazione importata, con prezzi che non tornano ai livelli pre-crisi ma si stabilizzano su valori più elevati, riducendo stabilmente il potere d’acquisto delle famiglie.

Una dinamica che, secondo Svimez, potrebbe avere effetti più duraturi sulla domanda interna rispetto all’impatto immediato sul Pil, soprattutto nelle regioni meridionali, dove i consumi rappresentano una componente più rilevante dell’economia.

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