Come emerge dal V Rapporto “The University Factor” dell’Osservatorio Mheo dell’Università Statale di Milano, realizzato con il Centro Heye e l’Università di Bergamo, gli atenei italiani contribuiscono all’innovazione principalmente tramite brevettazione e spin-off, ma le eccellenze si concentrano nel Nord Italia e nei grandi atenei.
Le università italiane producono solo l’8% dei brevetti nazionali, con la Lombardia al primo posto con il 29%, seguita da Piemonte ed Emilia-Romagna; i settori più attivi sono farmaceutico, medicale e biotecnologico, ma limiti come cultura brevettuale debole e disallineamento tra ricerca e domanda industriale frenano il potenziale.
Gli spin-off sono diminuiti da 86 nel 2018 a 20 nel 2024, con la maggior parte concentrata nel Nord, operano prevalentemente in ambito ingegneristico e nascono in grandi atenei grazie a capitale umano, servizi di trasferimento tecnologico e connessioni con imprese e incubatori; nonostante la riduzione, il tasso di fallimento resta basso: 1% entro il primo anno e 7% entro cinque anni.
I consumi energetici e la spesa universitaria sono aumentati di oltre il 20% tra 2015 e 2021, mentre l’autoproduzione copre solo il 2% del fabbisogno, evidenziando margini di sviluppo; l’inclusione sociale e di genere è in crescita, con equilibrio tra studenti maschi e femmine, aumento degli esoneri dal pagamento delle tasse e maggiore attenzione al benessere economico degli studenti. Il rapporto sottolinea che le università sono centrali nella transizione digitale e nello sviluppo di competenze innovative, ma devono affrontare sfide legate a polarizzazione territoriale, aggiornamento dei modelli formativi e sostenibilità ambientale. In sintesi, le università italiane hanno il potenziale per essere veri motori di crescita economica e innovazione, a patto di colmare i divari regionali e rafforzare cultura brevettuale e spin-off.
